Alessio Di Mauro, ex numero 68 ATP , tante sfide sulla terra rossa e quella volta con Agassi

Alessio Di Mauro, ex numero 68 ATP, intervistato da Alessandro Nizegorodcew per Sportface.it

Innanzitutto dove sei e come stai passando la quarantena

“Sono a Catania e Beh, sicuramente c’è tanto tempo, anche per annoiarsi”

Carriera 1994-2014, 20 anni di carriera, classe 87 nato a Siracusa, best ranking 68 ATP nel luglio 2007. Partiamo dall’inizio…

“Ho iniziato seguendo i miei fratelli, anche loro giocatori di tennis con mio fratello Fabio che ha battuto Alberto Mancini a San Marino in un Challenger; ovviamente anche mio padre ha dato un contributo importante.”

Negli anni 90 c’erano ancora i Satellite, era un tennis e dei tornei differenti?

“Beh, bisognava stare nello stesso posto per un mese, raggiungere il Master della quarta settimana per poter prendere punti AT. Era dura, ma ricordo con piacere quel periodo perché mi affacciavo solo allora nel tennis internazionale. India, Macedonia, Egitto, allora erano posti difficili. Ricordo un Satellite in Egitto, in una città che si chiama Tanta, dove eravamo scortati dalla polizia perché c’erano degli israeliani che giocavano il torneo e c’era il rischio di qualche attentato. Appena arriviamo in hotel vediamo un topo gigantesco e scappiamo tutti giù nella hall, dove la sorte ha voluto che incontrassi Corrado Tschabuschnig, che è diventato poi il mio manager. Non c’era la tecnologia che c’è ora, andavi in giro con i libri, e le difficoltà erano maggiori.”

Hai affrontato tanti giocatori che poi sono diventati forti, ce n’è qualcuno che ti aveva già impressionato?

Goffin è stato uno di quelli che mi ha davvero impressionato. Un anno l’ho battuto in un Futures a Cesena e poi l’anno successivo in un Challenger in Slovenia era davvero ingiocabile. Mi ha dato un 6-2 6-2 facile con un ritmo ed una concentrazione incredibili.”

Quando hai capito che stai diventando forte?

“Avevo fatto una prima parte di carriera negli anni 90 che mi aveva portato grazie ai Futures ad una discreta classifica, poi a 21 anni mi sono dovuto fermare per il servizio militare un anno intero alla Cecchignola a Roma. Così’ dopo un periodo di ripresa allenamenti e ritmo gara, mi sono buttato nei Challenger, che a quei tempi erano molto più competitivo di oggi in quanto c’erano meno tornei ATP, e quindi tanti giocatori di classifica alta comunque li giocavano. Ho fatto buoni risultati e poi è arrivato l’exploit di San Marino che per me è stato uno dei successi più belli in carriera.”

Quale era il tuo stile di gioco?

“Non avendo tanta forza fisica cercavo di mandar fuori di testa gli avversari resistendo palla su palla e punto su punto. Mettevo la partita sul piano tattico, cercando di scoprire fin dall’inizio i punti deboli degli avversari. Poi nel corso degli anni ho migliorato diversi colpi: uno su tutti il servizio che probabilmente è stato decisivo per salire in classifica. Essendo mancino riuscivo a trovare delle traiettorie diverse che mettevano in difficoltà gli avversari.”

Triennio 2005 2006 2007 anni migliori. E poi il match con Agassi a Roma perso 7-5 6-2

“Quello con Agassi al Foro è stato forse il più emozionante di tutta la carriera. Ho giocato bene, il pubblico era tutto per me. I due giorni precedenti al match ero nervosissimo. Lui si era preparato bene giocando sempre con dei ragazzi mancini, un giorno si era allenato con Vincenzo Santopadre. Quando sono entrato in campo la tensione è andata via, nel primo set ho avuto diverse palle per andare sopra 5-3 e in quel torneo fece semifinale.”

Poi il match con Ferrer a Gstaad.

L’ho fatto impazzire, non ho sbagliato una palla. Gstaad è in altura, più o meno mille metri e a me piaceva giocare in altura, mi adattavo bene. Lui era numero 11 del mondo, ed è stata una grande soddisfazione.”

Nel 2004 avevi giocato in Coppa Davis e sei stato il primo siciliano della storia a farlo.

L’esordio in Davis fu emozionate. La convocazione è arrivata circa 20 giorni prima dell’incontro, però avevo capito qualcosa perché Barazzutti era venuto in Sudamerica ad osservare i tornei che stavo giocando. Avevamo parlato, io lui, Vincenzo Santopadre, e ci speravo. Ricordo che era stato convocato Filippo Volandri, che era numero 1 d’Italia, al quale però venne la febbre e quindi esordimmo sia io che Andreas Seppi. Anche io come Filo stavo con la febbre, placche alla gola ma non mi interessava, volevo giocare contro la Georgia. Vinsi e resta una soddisfazione incredibile. Poi dopo quella convocazione non ebbi più chance di giocare in Davis, erano usciti appunto Seppi, Potito Starace, Volandri si era ripreso e quindi mi accontento di quella esperienza.”

Nel 2005 incontri anche Andy Murray, che impressione ti fece?

Giocavamo a Barletta, io stavo mettendo in mostra un buon tennis e lui per tutto il tempo insultò il suo allenatore di allora Pato Alvarez, accusandolo di farlo giocare sulla terra che non era la sua superficie. Litigarono tutta la partita, fortunatamente perché vinsi in modo agevole, io in quel periodo c’è da dirlo ero molto solido. La stagione successiva ci ho giocato agli US Open e mi ha dato una bastonata.

Nel 2006 hai fatto quarti ad Acapulco, terzo turno dalle quali a Montecarlo battendo Wawrinka e Stepanek.

A livello di risultato il più importante fu ad Acapulco quando battei Coria che era 6 del mondo: prima del match non ci credevo, ma durante la partita mi sono reso conto di poterlo battere. Lui era un po’ in paranoia col servizio e anche da fondo campo lo mettevo in difficoltà. Poi a Montecarlo battere Wawrinka e Stepanek fu un’altra duplice impresa: non mi stavano simpatici né l’uno né l’altro. Con Wawrinka ci avevo giocato l’anno prima in Bundesliga e ci avevo vinto 7-6 al terzo, ripetermi mi diede tanta soddisfazione. Fin dalle qualificazioni a Montecarlo stavo giocando bene, avevo sconfitto Federico Luzzi, poi quando c’è stato il sorteggio con tutti quei nomi altisonanti alla fine pensai anche che mi era andata bene al sorteggio. Poi persi con Gaudio alla fine giocando bene.”

Poi la bella vittoria agli US Open con Melzer.

Durò 4 ore e 48 minuti, vinta in 4 set, ma lottata alla grande. Per i due giorni successivi ero così stanco che non riuscivo a muovermi, la partita successiva con Murray anche per questo non andò bene, quasi non vedevo l’ora di uscire dal campo: non avevo la condizione per poterla affrontare come si deve. Era scarico poi anche dal punto di vista mentale.”

Nel 2007 gioia e dolore. La finale di Buenos Aires e la squalifica di 9 mesi.

Avevano sperimentato tornei ATP con round robin, io avevo vinto la partita di prequalificazione con Berloq, e sono capitato nel girone con Gaudio e Ramirez Hidalgo. Ho vinto la prima partita con Ramirez Hidalgo 6-4 7-6, poi il giorno dopo Ramirez ha battuto Gaudio 6-1 6-1. A me sarebbe bastato vincere un set con Gaudio per essere sicuro di passare il turno. In stanza accendo la TV su Espn e vedo la conferenza stampa di Gaudio che dichiara di non poter giocare. E così, tirando un bel sospiro di sollievo, mi ritrovo ai quarti di finale. Il giorno dopo ho incontrato di nuovo Berloq che era stato ripescato come Lucky Loser, in una partita che non contava per la qualificazione. Ai quarti ho sconfitto Montanes, un terraiolo, e poi in semi ho sconfitto Diego Hartfield, un argentino outsider, che come me era arrivato fin lì a sorpresa. In finale ho incontrato Monaco, che giocava in casa col pubblico argentino che si sa è molto caldo, a volte ti insulta, fa un tifo indiavolato per il tennista di casa. E poi lui stava meglio di me, e ha vinto ma quel risultato mi portò il best ranking quindi mi resta nel cuore.”

E poi quella squalifica nel momento migliore della carriera.

Sì, sono stato squalificato da 100 del mondo, una squalifica spropositata che mi ha tagliato le gambe. Pensa che l’iniziale proposta della accusa era 100mila dollari di multa e 3 anni di squalifica. E per cosa? Ho fatto, lo sanno tutti ormai, 52 scommesse in multipla tra tennis e calcio, 52 scommesse tutte perse. Cercavano un capro espiatorio, avevo un conto da molti anni, giocavo con la carta di credito ma cifre irrisorie, 5 o 7 euro e soprattutto perdevo. Hanno fatto una cosa mirata, per punire qualcuno quasi a caso e dare un esempio e un avvertimento a tutti gli altri.”

Come rileggi oggi questa tua carriera e cosa cerchi di trasmettere ai tuoi ragazzi

Per quanto riguarda oggi io lavoro ancora con Fabio Rizzo che è stato il mio allenatore per 20 anni e parliamo la stessa lingua, sia dal punto di vista tecnico che fisico e mentale. Cerchiamo di dare ai nostri ragazzi, come ai fratelli Tabacco, le possibilità per crescere attraverso i nostri consigli. Dovendo fare un consuntivo della carriera penso di aver dato tanto e ricevuto altrettanto dal tennis: all’inizio non credevo di poter arrivare nei primi 100 del mondo o battere campioni come sono riuscito a fare. La squalifica è stato un momento doloroso, che poi ho superato, continuando a giocare fino a 36 anni. Forse potevo dare qualcosa in più sulle superfici veloci, me ne sono accorto forse troppo tardi. Fino ad una decina di anni fa, si poteva fare una stagione quasi interamente sulla terra, per cui non mi sono avventurato sul cemento come forse avrei potuto. A quei tempi si faceva l’inizio anno in Sudamerica, poi cominciavano i migliori Challenger in Europa, poi il Roland Garros e altri Challenger fino ad agosto o settembre, per finire di nuovo in Sudamerica. In fondo ho vinto anche una partita a Wimbledon, il che dimostra che sapevo giocare anche su altre superfici oltre che la terra rossa.”

Alessandro Zijno