Jimmy Connors, ogni partita come fosse l’ultima

In tutti i campi della vita esiste qualcuno che entra in scena e segna un prima e un dopo, qualcuno che entra in campo, cambia le regole e rivoluziona la storia: pensate a Fosbury, nel salto in alto, l’unico a saltare con la schiena mentre tutti utilizzano la tecnica ventrale. James Scott Connors, detto Jimmy, ha scritto la storia di uno sport che fino a prima del suo avvento, era basato su una filosofia differente: fair play dominante, abiti bianchi e gesti nobili, silenzio del pubblico. La parola dell’arbitro era legge, nel dubbio il punto veniva concesso all’avversario: poi è arrivato lui, Jimbo. Connors resterà nella storia del tennis non solo per un numero impressionante di vittorie ed una grande longevità sportiva, ma anche e soprattutto per aver sdoganato codici di comportamento in campo del tutto nuovi: l’obiettivo era vincere con ogni mezzo lecito, il politically correct non faceva parte del suo repertorio, la carica agonistica valeva più del miglior gesto tecnico. In campo è stato un vero combattente, una macchina da competizione, ha dato vita a rivalità epiche, che in fondo sono il sale di tutti gli sport: con Bjorn Borg, Ivan Lendl, e con un altro grande scorretto che arriverà sulla scena poco dopo di lui, John McEnroe, con cui è arrivato letteralmente alle mani, anche se oggi sono diventati amici. Connors è stato in vetta al tennis mondiale in due periodi: prima negli anni ’70 e poi di nuovo negli anni ’80. Ha vinto otto tornei del Grande Slam e complessivamente 109 tornei in singolare: un record. Eppure non si può ridurre questo grande protagonista del tennis mondiale ai soli numeri: lui è stato soprattutto un rivoluzionario, uno che è arrivato in vetta non solo grazie alle doti tecniche, come oggi Federer, o atletiche, come Nadal, bensì con un grande spirito competitivo, assai superiore in quantità persino ai Djokovic e ai Murray di oggi.


Jimmy Connors nasce il 2 settembre 1952 a East St Luis, nell’Illinois: la sua è una famiglia in cui le redini sono tenute dalle donne, la madre Gloria e la nonna Berta che lui chiama “Mamma2”. Con il padre i rapporti sono difficili fin dall’inizio, e nel corso degli anni si sono addirittura trasformati in disprezzo e poi indifferenza. Gloria è una mamma forte e determinata, decisa a fare di Jimbo un uomo capace di resistere alle difficoltà della vita, e gli mette una racchetta in mano prima dei 4 anni, ha già in mente cosa fare di suo figlio. Fin da quando è piccolo mamma Gloria lo isola e lo plasma, ponendosi come unico riferimento al mondo: prima di tutto sul campo da tennis, perché passa al figliolo la passione per questo sport, e perchè Jimbo si allena con lei. Arriva a far costruire un campo da tennis proprio dietro casa, per consentirgli di allenarsi il maggior numero di ore possibili. Jimbo gioca tutte le volte che può e sua mamma non gli insegna solo come colpire le palline: gli ripete che nella vita bisogna essere predatori e mai vittime. Insomma un madre particolare che farebbe la gioia di molti psicanalisti. Intanto però Gloria continua a coltivare in suo figlio questo “animo pugnandi”, questo atteggiamento di ostilità contro tutto e contro tutti. Connors ricorda così il rapporto con mamma e nonna: “Sono state molto importanti per me, per tante ragioni. Se oggi sono quello che sono lo devo a loro. Si sono occupate di me, e in qualche modo mi hanno fatto diventare uomo. Mia madre è stata il mio allenatore e il mio amico allo stesso tempo, riuscendo a farmi cambiare e a mettermi sulla strada del successo. Io da bambino non capivo, ma insieme con mia nonna, mia madre ha trovato il modo di trasmettermi la passione per il tennis, mi ha dato sempre credito. E’ così che ho finito per amare questo gioco. A 8 anni il piccolo Connors è già in campo per un torneo ufficiale, un Under 11: la madre capisce che il talento è evidente, la grinta è quella giusta e allora lo affida anche alle cure di un professionista, Pancho Segura, mentre comunque continua a stare alle costole del figlio, lo allena, lo sprona, come se non bastasse la spinta di Pancho, che non è famoso per essere tenero. “La gente non capisce. Pensa che poiché il tennis viene giocato in questi club sia uno sport da ricchi. Ma non ci vuole niente di più di una racchetta e di un cuore per praticarlo. Questo è ciò che fa grande uno sport come il tennis. È una grande prova di democrazia in azione. Io e te, amico, nell’arena. Solo io e te, baby. Non importa quanto denaro tu abbia, o chi sia tuo padre, o se tu abbia studiato a Harvard, o a Yale, o quale che sia. Soltanto tu e io.“. Pare che questa sia stata la prima frase che Pancho abbia detto a madre e figlio Connors, e pare che Gloria abbia apprezzato moltissimo. Ken Fletcher, campione australiano di doppio allenato in passato da Gloria, ricorda così la mamma di Jimbo: ”Ricordo che si sedeva sulla linea di fondo, e mi guardava giocare con Johnny, il fratello di Jimbo, e mi abbaiava ordini e indicazioni di continuo. Era lei stessa un’ottima giocatrice, molto grintosa, molto competitiva.”. E quando per la prima volta a 16 anni Jimbo batte la madre Gloria, lui si scusa e lei gli dice:”E’ il più bel giorno della mia vita”. Il debutto ad alto livello, seppur ancora da dilettante è datato 1970. Connors si fa conoscere, gioca bene, impressiona gli addetti ai lavori, piace al pubblico e vince parecchie partite: una di queste contro Roy Emerson, a fine carriera ma sempre uno che ha vinto 12 Slam. Per Connors sono i primi passi, i primi incontri che contano. E’ poco più che un ragazzo, e il salto al professionismo è alle porte.
Siamo agli inizi di uno dei più importanti tennisti di tutti i tempi, che in quel momento sta anche frequentando l’università della California, partecipando ai primi tornei importanti. Nel 1971 vince il titolo NCAA, quello del circuito universitario americano, arriva in finale ai tornei di Columbus e Los Angeles, mette in mostra buoni colpi, il rovescio e la risposta al servizio, ma la sua arma vincente è quella che molti di noi hanno apprezzato: la grinta, la voglia di vincere. Dirà anni dopo lo stesso Connors:” Posso parlare di questo tutto il giorno, la grinta è davvero il mio punto forte. E’ tutto per me. Ognuno gioca come meglio crede, ma al di là di questo, è il desiderio che hai, il tuo cuore, il tuo stato mentale prima del match, queste cose fanno la differenza. Mi piaceva sentire questo, mettere tutto me stesso per vincere, lottare sul campo come fosse l’ultimo giorno, senza seguire una particolare direzione. Non mi pesava giocare per 4,5 o 6 ore tutti i giorni, non pensavo ad altro che al tennis, il tennis è sempre venuto prima di ogni altra cosa.”
Nel 1972 Connors fa il grande salto: a 19 anni lascia l’Università ed entra nel circuito PRO, e cominciano a diventare frequenti le finali nei grandi tornei, così come gli incontri con i tennisti più blasonati del suo periodo. Nell’anno del suo esordio batte Guillermo Vilas e Rosco Tanner, conosciuto all’epoca come il tennista con il servizio più forte del mondo. Ed anche nel Grande Slam cominciano i primi successi, al Roland Garros dove supera il primo turno e a Wimbledon dove batte il nostro Panatta per perdere da quella “carogna” di Ilie Nastase, contro il quale perde anche nelle semifinali dei Masters. In campo Jimbo si fa notare, intanto per il suo tennis anomalo: gli altri attaccano scendendo a rete, lui gioca da fondocampo, sebbene con una tattica aggressiva pronto a colpire appena possibile. Ciò che però attira attenzione è il suo atteggiamento: a lui non interessano le regole della buona educazione del tennis, urla, sbraita, contesta le decisioni arbitrali, irride gli avversari, a volte gli fa anche dei gestacci provocandoli. E’ il primo a passare dalla racchetta di legno a quella di metallo, imbracciando la sua mitica Wilson T2000 come fosse un fucile, scende in campo come fosse una guerra. L’establishment tennistico di quel periodo è spiazzato da quel ragazzo maleducato, i giocatori della generazione precedente lo detestano, il pubblico si divide tra chi lo ama e chi lo odia. Ecco cosa diceva di lui un grande giocatore del passato, Arthur Ashe:”in tutta la sua vita Connors è stato abituato a non fidarsi e a non curarsi di nessuno se non di se stesso, non ha mai voluto capire la dinamica del gioco di squadra. Giuro che ogni volta che nello spogliatoio incontro Connors devo sforzarmi per non dargli un pugno in bocca.” E l’anno in cui esplode il fenomeno Connors è il 1973, anno in cui il campione americano chiude al terzo posto nella classifica mondiale appena nata. Inizia il suo periodo migliore, vincendo nel 1974 sia gli Aus Open e poi pochi mesi dopo anche Wimbledon. La vittoria in Australia gli vale il primo posto nella classifica mondiale e monta l’invidia degli altri giocatori che mal digeriscono un tennista così poco convenzionale sopra di loro. Comincia intanto anche a giocare i tornei di doppio e si apre il problema di chi possa giocare accanto a lui: uno dei pochi a possedere la personalità adatta per poter condividere il campo con Jimbo è proprio la “carogna” Ilie Nastase, e i due formano una coppia vincente. Del resto due tennisti così dovevano per forza stare dalla stessa parte del campo, viste le personalità. E poi c’è un’altra accoppiata vincenta, quella con una ragazza di cui Jimbo si è innamorato: Chris Evert. Anche lei è una campionessa in ascesa che scriverà pagine bellissime della storia del tennis femminile: ovviamente i giornali dell’epoca si occupano ampiamente di questa coppia, catturati dall’immagine di due persone giovani, sportive, vincenti, è una storia d’amore importante che però finirà proprio in quell’anno, nel fatidico 1974, dopo che i due avevano già annunciato la data del matrimonio e le ragioni le spiega proprio Chris Evert in una sua intervista:” Eravamo troppo giovani, non avrebbe funzionato, lui era estroverso fuori, ma introverso nel privato, sua madre gli aveva insegnato a non fidarsi. Ero in un buon periodo, nel ‘74 anche io avevo vinto Wimbledon e volevo essere la numero 1. La madre di Jimbo invece, Gloria, preferiva una ragazza che seguisse il marito, io non potevo farlo.”. Qui l’influenza della madre si fa sentire, non solo in ambito strettamente tennistico quindi e anni dopo nella sua autobiografia Connors dirà la sua, ipotizzando una gravidanza non pianificata che la Evert non avrebbe voluto portare a termine mentre lui avrebbe voluto tenere il bambino:” la passione giovanile” dice Connors “ ci mise di fronte a questa scelta e sarebbe stato giusto prendere una decisione assieme come una vera coppia. Chris ritenne che quello non fosse il momento giusto per avere un figlio e che la sua carriera fosse troppo in ascesa per essere compromessa.” Tra il 74 e il 79 Jimmy Connors rimane saldamente al comando della classifica mondiale, sono anni in cui infilerà decine di vittorie in tornei di alto livello tra cui i classici tornei dello Slam. Il suo arrivo sulla scena è il classico cambio generazionale: sconfigge quelli che stanno andando in pensione, ma anche deve fronteggiare gli altri emergenti, quelli della generazione appena dopo la sua, e la schiera è molto nutrita se pensiamo solo a Borg, Gerulaitis, Vilas e poi ci sono anche i nostri campioni perché è un momento in cui l’Italia produce campioni, Panatta e Barazzutti su tutti. Proprio contro Barazzutti il buon Connors mise in scena uno dei siparietti più incredibili: siamo nel ’77, semifinali agli Aus Open, Connors è in vantaggio 2 set a zero contro Corrado Barazzutti, ma nel terzo set la partita sta girando e l’azzurro ha la palla del break all’ottavo gioco, che lo porterebbe avanti 5-3. C’è un rovescio di Connors vicino alla riga laterale, sembra fuori, il giudice di linea non chiama il fault, e Barazzutti va a cercare il segno da mostrare all’arbitro. Mentre Corrado sta richiamando l’attenzione del giudice di linea arriva di corsa Connors che cancella il segno e torna al suo lato. L’arbitro reagisce debolmente, rimprovera blandamente l’americano e gli lascia il punto vincente annunciando la parità: “Mr Connors lei non ha alcun diritto di comportarsi così, nemmeno per scherzo. Ma la palla è buona. Parità. Si continui il gioco.” Così racconta Barazzutti:” Io rimasi basito, assolutamente basito, perché non mi sarei mai aspettato una cosa di questo genere. Io non l’ho visto nemmeno arrivare, ero girato di spalle, stavo cercando di convincere il giudice di linea ad alzarsi dalla sedia. Stranamente il giudice non si voleva alzare, mentre di solito il giudice viene a controllare il segno. A quel punto arriva lui, Connors e cancella il segno. Da tenere presente che fanno vedere spesso questa scena a Flushing Meadows, ed è stato considerato uno dei 5 errori arbitrali più gravi nella storia del tennis.” Negli anni 70, il periodo migliore per Jimbo, la sfida che si propone più spesso, di torneo in torneo, è quella con uno svedese dal cuore di ghiaccio, Bjorn Borg. E’ una rivalità fortissima, non solo sportiva ma anche caratteriale, sono due modi diversi di vedere il tennis e la vita. Sarà proprio Borg nel 1979 a spodestarlo dalla cima del ranking: i due giocano simili dal punto di vista tecnico, ma con due caratteri completamente differenti, come ricorda lo stesso Connors:” Avevamo due personalità opposte: io ero focoso, lui giocava sempre rilassato, tanto che nel circuito lo chiamavamo Iceman. Non mostrava emozioni e per me non era facile capire cosa gli passasse per la testa. Comunque giocavamo entrambi tutti i punti al massimo, solo che il mio comportamento era pieno di passione mentre lui era impassibile.”
Sulla scena del tennis intanto si sta affacciando un altro bad boy che attira l’attenzione perché ha un gioco pieno di finezze, ma anche mette in mostra un caratterino niente male, pieno di intemperanze: è John McEnroe e contro di lui Connors darà vita a scontri epici: nel 1982 si gioca una esibizione, a Chicago, e nonostante sia una amichevole i due litigano furiosamente. Connors scavalca la rete ancora una volta invadendo il campo avversario, insulta Mc Enroe ad un millimetro dalla sua faccia e subisce uno spintone a sua volta. Ed era solo una esibizione, senza nulla in palio. Agli altri giocatori non andava giù il suo approcciarsi ad ogni gara come ad una guerra: Connors non faceva prigionieri, non gli interessava fare bella figura, ma vincere. Era quasi una ossessione. Dice Mc Enroe: “E’ stato un far west. Ogni partita con Jimmy significava entrare in un saloon e darsele. Era una battaglia ogni volta. Questo ha riempito comunque la mia vita, è stato un privilegio e una forma di crescita giocare contro un campione simile.”. saranno proprio i suoi due grandi rivali a metterlo in ombra, perché nei primissimi anni ’80 l’attenzione di media e appassionati si sposta sulle sfide tra Borg e McEnroe, e Connors perderà molte finali e sarà destinato a lottare per mantenere almeno il terzo posto nella classifica mondiale. Diventa così l’eterno terzo in classifica, fino all’improvviso ritiro di Borg nel 1982 che gli consentirà di vivere ancora sfide meravigliose contro John McEnroe; però Connors ha ormai più di trenta anni e nuovi players stanno affacciandosi nel circuito, più agguerriti che mai. Tra i nuovi protagonisti arrivano lo svedese Mats Wilander e soprattutto il cecoslovacco Ivan Lendl. Connors non nasconde la sua antipatia per Lendl arrivando a mostrare non solo disistima ma perfino disprezzo, come si capisce da queste parole del campione americano:” Lendl è diventato il numero uno per caso. Borg si è ritirato, io sono diventato vecchio, e a McEnroe si è intorpidito il cervello. Lendl ha solo saputo aspettare, questo il suo unico merito. E’ lì per caso, gli è andata bene, qualcuno doveva diventare numero uno ed è capitato a lui.” Connors darà vita ad una accesa rivalità anche con Lendl, condizionata però dalla grande differenza d’età; in realtà il campione americano resta attaccato alle vette della classifica con le unghie mentre il cecoslovacco è in forte ascesa ed oltre alle numerose finali strappate da Lendl un episodio in particolar modo accese l’odio e il disprezzo tra i due: al Master, nella fase a gironi, Lendl perde di proposito contro Connors, per evitare di trovare Borg in semifinale. In quella occasione Connors reagisce definendo Lendl “un vigliacco” e non può essere diversamente per uno come l’americano che considera ogni gara come una lotta all’ultimo sangue. Lui non avrebbe mai perso di proposito una partita per avere poi un tabellone presumibilmente più facile. Il bilancio finale dei match contro Lendl lo vedrà sotto 22 a 13, ma pesa enormemente la differenza d’età tra i due.
Il declino è inevitabile ma la scelta di Connors è diametralmente opposta a quella del suo rivale svedese Borg che si ritirò a 26 anni: l’americano decide di rimanere sulla scena, non intende mollare “finchè potrò stare in piedi” dichiarò a 40 anni “combatterò. Perché dovrei ritirarmi? Cosa altro posso fare per guadagnarmi da vivere? Ma al di là di questo mi piace giocare, mi piace competere. Io vivo per competere. Per di più mi piace dimostrare alla gente che si sbaglia quando dice che non sono più in grado di farcela.”

Le vittorie diventano sempre più rare, il suo ultimo exploit è del ’91, anno in cui da numero 900 del mondo arriva in semifinale agli US open e anche a Basilea dove perde con l’eterno rivale McEnroe: torna così al 48esimo posto del ranking ATP e dichiarerà:” Non è un miracolo sportivo, è la mia voglia, e forse questo risultato a 39 anni è una delle migliori performance della storia del tennis. Ma non voglio essere un esempio. Gioco per me e per i valori che mia mamma e mia nonna mi hanno inculcato.” Questo resterà l’ultimo colpo d’ala e a 44 anni nel 1996 Connors dovrà davvero arrendersi: la sua ultima partita ufficiale la gioca al torneo di Atlanta, perdendo dal connazionale Reneberg ed annuncerà il suo ritiro definitivo.
Jimmy Connors ha vinto 1256 partite ufficiali e al di là dei suoi traguardi sportivi resterà nella storia del tennis per il suo agonismo esasperato, per il suo tennis aggressivo e per essere stato uno che non mollava mai. Corrado Barazzutti, ex avversario di Jimbo in campo, lo ricorda così:” Connors era un tornado agonistico e quando giocava si vedeva quanto avesse voglia di vincere, quanto era capace di combattere, di soffrire, l’ho visto perdere delle partite contro Borg che lo annichiliva eppure lui anche sotto nettamente nel punteggio si giocava ogni 15 come se ne andasse della sua vita. Soffriva, soffriva, ma non mollava davvero mai. In questo è stato un grande esempio, anche se il rovescio della medaglia era che a volte passava i limiti. Non rimaneva simpatico e gli capitava di dimenticare la buona educazione, ma comunque manteneva sempre grande dignità anche nella sconfitta e comunque è un giocatore che ha lasciato un segno.”
Connors ha segnato il passaggio dall’epoca delle racchette di legno a quelle di altri materiali, è stato l’emblema del tennis di massa, non più aristocratico, e tra cadute e risalite, la sua grinta resterà nella storia del tennis. Chiudiamo con le sue stesse parole:” Qualcuno veniva per vedermi vincere, altri per vedermi perdere ma i più venivano per vedermi combattere.”
Alessandro Zijno